giovedì 11 ottobre 2012

E non capisci gli incubi dei pesci rossi.

C'è chi ha paura della morte, chi della solitudine.
C'è chi ha paura dei ragni o dei serpenti.
Io ho paura delle scale e degli incubi dei pesci rossi.




Le scale sono una storia strana che mi porto dietro da quando ero bambina, gli incubi dei pesci rossi sono storia più recente. Davvero ho il terrore di passare il resto della mia, non so quanto, lunga vita in questa boccia in cui mi ritrovo a girare e girare.
Da alcuni punti di vista si può dire che io sia stata fortunata nel nascere in una grande città come la mia. Opportunità di lavoro, università prestigiosa, tante conoscenze e non le solite quattro del piccolo paesino.. che poi magari sono quelle più vere. Servizi, scelta, orizzonti. Però, però la boccia c'è.

Mi sento spesso dire che sono diversa dallo stereotipo di ragazza moderna, la quale, troppo spesso, può vantare la profondità di una pozzanghera.
Mi guardo attorno, osservo e critico. Leggo e divoro libri. Mi piace la buona e vera Musica. Mi faccio un'opinione su questioni ben più importanti del nuovo tronista di uomini&donne. Mi piace parlare correttamente in italiano, vorrei lanciare la campagna "adotta un congiuntivo per Natale". Sono curiosa, non posso fare a meno di imparare.
Lo spicchio di mondo in cui sto vivendo non mi basta. Non mi basta più.
Io questo mondo voglio vederlo e scoprirlo. Non posso accontentarmi di quel che mi ritrovo, volente o nolente, sotto il naso tutte le mattine.

All'idea di vivere il resto dei miei giorni nello stesso posto, magari compiendo sempre gli stessi gesti, vedendo sempre le solite facce.. mi tremano le mani.
Mi sono iscritta in università dopo la laurea ormai quasi un anno fa, solo per avere un vincolo di almeno due anni che non mi facesse prendere il volo in un momento in cui era preferibile rimanessi ferma per motivi non proprio trascurabili. Mi sto seriamente impegnando per liberarmi di questo vincolo il prima possibile e spiccare un salto che mi porti via lontana dalla superficialità che mi circonda ed, in alcune sere, arriva quasi a soffocarmi.

No, c'è chi proprio non li capisce gli incubi dei pesci rossi.



sabato 8 settembre 2012

Nicotina Groove

C'è un qualcosa di lacerante in questa canzone. Sento che si insinua tra le maglie delle mie voglie, e ti vedo.. Ho nitida davanti a me l'immagine di te che ti accendi un'altra sigaretta, lasci ondeggiare nel fumo che sale la sicurezza di c
hi sa di farmi male con un solo sguardo, e catalizzi tra i tiri quel bruciore che mi pizzica la bocca dello stomaco.
E quell'odore me lo sento addosso, come un solco su cui passare e ripassare le dita. Quell'odore che ti è entrato nei vestiti, in ogni singola porosità del tuo corpo, in un viaggio metafisico sui bordi di un sentiero di fumo. Mi sento proiettata nel tunnel della dipendenza, o meglio della convinzione che sentire la tua pelle da vicino trasudare nicotina mi darebbe dipendenza. Ti chiederei di lasciarmi bruciare come quel mozzicone che ti porti alle labbra, di farmi sentire come quella cenere che ti dà dipendenza e ti distrugge da dentro ma a cui non puoi più rinunciare. Continui ad inspirare boccate maledette e vorrei entrarti io nei polmoni. Distruggere da dentro ogni tua mura di cinta e sentirti bruciare dentro come una sigaretta spenta sulla carne viva. Sentirti dentro come del fumo in ricircolo da sputare fuori e riportare alle labbra.
Ma mi lasci qui, in uno struggente groove di nicotina.














venerdì 7 settembre 2012

Sogni con la erre moscia.



Faccio parte della generazione che ha vissuto il passaggio dall'insegnamento della lingua francese a quella inglese nelle scuole pubbliche.
Quando frequentavo le scuole elementari stava avvenendo il passaggio e si decise che un'ultima classe avrebbe studiato francese e non inglese, la mia. Così il mio primo contatto con le lingue straniere avvenne con quella francese e mi scoprii affascinata dalle sue sonorità e particolarità.
In quel periodo la mia sorella maggiore decise di iniziare a collezionare delle guide turistiche che uscivano in allegato ad un quotidiano. Tra le decine che comprò io ne sfogliai sempre e solo una, fino a consumarla, fino ad impararla a memoria. Quella di Parigi.
Osservavo smarrita le immagini dei bistrot e dei tavolini al di fuori di essi così vicini tra loro, sognavo di poter camminare sotto Notre Dame e di mangiare una crepes andando al Louvre e così per anni.. fino a quando a 21 anni ho fatto una cosa che mai avrei pensato di poter fare. Ho firmato un foglio che mi ha fatto rimanere a Parigi per cinque mesi in Erasmus.
Il tutto a seguito di liti con mia madre che non accettava la mia scelta, la sua apprensione morbosa ed il suo attaccamento incondizionato a me non glielo facevano accettare.

Sono partita.

Cosa sia l'Erasmus bene o male tutti lo sanno, anche i non universitari. Grazie all'Unione Europea si ha la possibilità di studiare per un periodo che può andare dai tre ai dieci mesi in una università europea, con successivo riconoscimento degli esami sostenuti all'estero una volta rientrati a casa.
Sono giovane, giovanissima, ma dubito che in tutta la mia vita riuscirò a vivere un'altra esperienza in grado di regalarmi tante emozioni. Quello che ho vissuto, imparato ed assaporato in quei mesi mi è rimasto tatuato addosso e difficilmente credo che lo troverò altrove.

Mi sono regalata uno stato di presenza a me stessa, ho fatto tesoro di ogni insegnamento, di ogni luogo comune abbattuto, di ogni conoscenza improvvisata e divenuta in meno che non si dica fondamentale.
Non passa giorno in cui io non mi riveda nelle immagini cristallizzate di quei mesi che, inevitabilmente, diverranno muto metro di paragone per ogni inverno a venire. Mi rivedo nei sabati notte infiniti allo squat Oxi, nelle sangrie ad un euro, nelle prime mètro del mattino aspettate tra un bacio alcolico e l'altro. Mi rivedo nella notte di lacrimogeni ad altezza uomo, negli striscioni preparati da un giorno all'altro per occupare l'Arco di Trionfo contro il DDL Gelmini, mi rivedo correre sotto la neve senza giacca alla ricerca di un taxi per raggiungere un treno già perso.
Rivedo casa mia invasa da gente di cui ricordo la metà dei volti, mi rivedo addormentarmi distrutta al fianco di una persona che avrei voluto non trovare più al risveglio. Risento ancora i tuffi al cuore di alcuni sms, di alcune sorprese.
Ritorno ai primi treni del mattino (che ore erano, le 6?) per tornare a casa a Parigi, alle mezz'ore infinite sulla linea 7 direzione La Courneuve, al vociare del Marché aux Puces, alle ore sdraiate al Jardin du Luxembourg, alla Francia attraversata in pullman sotto la neve solo per rivedere una persona. In fondo la Svizzera non era poi così lontana, no?
E ritorno ancora alle cene sul Canal Saint Martin, a quella notte di neve nella stazione di Chambery, al faro della Tour Eiffel che nelle sere serene si vedeva anche dalla mia finestra, al coraggio di uscire in pigiama ed attraversare così Parigi in Mètro, alle lezioni di parolacce degli amici francesi.
Quelle notti belle, belle da morire. Quanti kilometri macinati in una città che non posso non portarmi dentro, una città che ho sentito mia, finalmente su misura.

Una città che ti plasma e ti forgia.

So perfettamente che sarei stata bene ed avrei tratto insegnamenti in qualsiasi altra città del mondo, ma davvero sento di appartenere a Parigi e non riesco ad immaginarmi in nessun altro posto al mondo se non lì.
Al momento per motivi più grandi di me e difficilmente ignorabili ho dovuto accantonare l'idea di partire subito dopo la laurea, arrivata la scorsa estate, ed ho smesso di sbirciare tra gli annunci di lavoro.. ma è sempre lì. E' sempre lì come un chiodo fisso e certe volte questa città in cui vivo, per quanto grande, viva e splendida, me la sento così stretta, fuori misura.. e lo so, ne sono consapevole, io un giorno sarò lì perché nel cassetto, tra calzini e reggiseni, anche io ho un sogno ed ha la erre moscia.



mercoledì 5 settembre 2012

Mettersi a dieta.

Mi sento quasi in dovere di continuare a scrivere su questo blog, e per farlo potrei raccontare qualcosa circa la grande novità che si è introdotta nella mia vita nell'ultimissimo periodo: LA DIETA.

Premetto che una qualsiasi caramella gommosa a forma di orsetto ha più forza di volontà di me, il che non è proprio il massimo per chi deve perdere qualche chilo.
Ho sempre viaggiato a freno tirato sull'equilibrio instabile del quasi sovrappeso. C'è chi la chiama costituzione, chi conformazione fisica. Io la chiamo sfiga, niente di più e niente di meno.
Per molti anni ho fatto sport a livello agonistico, ero molto magra, si vedeva. Ma a mettermi sulla bilancia i medici ed i preparatori atletici sentenziavano sempre così: albascura devi dimagrire.

Una volta ridotto il carico di preparazione fisica (per non parlare proprio di quando ho smesso completamente di fare movimento) il danno è stato fatto. Mi sono adagiata ed ho preso diversi chili. La gola è gola, la pigrizia è una rovina. Tuttavia tra problemi di salute ed un erasmus che mi ha portata lontana di casa per cinque mesi in un appartamento al sesto piano senza ascensore, associato alla vita da turista che divora a passi lunghi la città, sono tornata al peso forma -almeno alla vista, non alla bilancia- di qualche anno fa.

L'ultimo anno è stato disastroso per il mio fisico, arrivando a minare ulteriormente la mia già fragile autostima.
Sono grassa. E non lo dico per sentirmi dire ma noooo, i grassi sono altra cosa, sei solo in carne. Allora, sia ben chiaro che io non dico di essere grassa per sentirmi dire il contrario. Fossi magra lo direi, non credete? E poi questo indorare la pillola è di un fastidioso, ma di un fastidioso. Se uno è brutto non gli dico che è particolare, piuttosto taccio.
Non è facile parlarne apertamente, ringrazio il cielo di avermi dotata di una massiccia dose di autoironia che mi permette di riderci su e di parlarne e scherzarci su prima ancora che siano gli altri ad aprire il becco e magari dire qualcosa.
Però non è così semplice.
Anche quando ero magra ho sempre avuto enormi problemi nell'accettarmi. Sono sempre stata una perfezionista ed accettare difetti ed imperfezioni ha richiesto un lungo cammino che in realtà non si è mai concluso.
Sono l'anima della compagnia, sono circondata da persone che mi voglio bene, ma bene davvero. I ragazzi non sono mai mancati, le attenzioni neanche, neppure ora che mi sento inguardabile con questi chili di troppo.
Eppure quando gli anni erano un po' di meno e l'età era quella in cui si può essere davvero cattivi, sarà stata per la timidezza che non se ne voleva andare, o perchè mi piaceva studiare ed ero la prima della classe -che brutta cosa che è agli occhi degli altri- ero sempre quella presa di mira. Ero quella vessata. Quella torturata psicologicamente.
Ora non è che ne voglia parlare, però a quell'età ti si possono aprire dentro delle voragini incolmabili. Perchè tu quei buchi neri puoi provare a riempirli in ogni modo ma hanno degli strascichi che neppure puoi immaginare.
Eppure sarebbe bastato invitarmi ad una festa di compleanno in più, dirmi una parola cattiva in meno, farmi sentire meno esclusa, far sì che io non dovessi mai fare nulla per sentirmi accettata. Ma per quale assurdo una persona si deve impegnare perchè gli altri la accettino? Non lo comprenderò mai, sono dinamiche a me davvero oscure.

Così oggi mettermi a dieta diventa più una sfida con me stessa, perchè io stessa in primis ritorni ad accettarmi ed a non vergognarmi come faccio ora sempre di più.
La mia forza di volontà non aiuta, è vero, però stranamente ora sembra che io sia entrata nell'ottica giusta.. anche perchè se dovessi fallire questa volta difficilmente me lo perdonerei.
E' dura ma allo stesso chiarificante. Prestando attenzione a quello butto giù mi rendo conto di quante attitudini sbagliate nell'alimentazione avevo fatto mie. Dallo spuntino per niente sano, all'abbondanza di certe porzioni o di certi cibi in particolare. Per non parlare della logica secondo cui un dolce non ha calorie se nessuno ti ha visto mangiarlo. Una porzione di patatine può essere mangiata in tre minuti esatti, ma resterà fisso sulle nostre cosce per mesi o forse anni.
Sto entrando nell'ottica secondo cui il cibo che introduco nel mio corpo non serve solo a saziarmi o ad eliminare con gusto il senso di fame, ma serve soprattutto per nutrirmi e portare con sè delle conseguenze sul mio corpo tutto.
Il mondo è pieno di persone che queste cose le sanno da sempre e vivono all'insegna di questo principio. Io ci ho messo qualche anno in più, ma l'importante è esserci arrivata no?


martedì 4 settembre 2012

Parole nell'etere.

E fanno anche eco.

Brutta bestia l'apatia, talmente brutta che pur di non sentirla addosso, appiccicaticcia com'è, faresti qualsiasi cosa. Anche aprire un blog.
Sarà il tempo che sta cambiando, sarà che oggi ho dato l'ultimo esame della sessione, sarà che la dieta mi rende particolarmente intrattabile. Sarà sarà saranno tante cose.
Sto scrivendo, consapevole del fatto che come molte altre cose questo blog rimarrà un progetto lasciato a metà. Metà, oddio, previsione ottimistica. Diciamo a breve.

E pensare che di cose da dire ne avrei anche, se parlassi tanto quanto scrivo e nascondo in cartelle impensabili del pc diventerei davvero logorroica.
Vorrei provare ad esternarle qui, la semplice idea che qualcuno potrebbe passare da queste parte e dirmi la sua, magari condividere o magari anche no, mi stimola e mi stuzzica.
Vorrei per una volta avere costanza, portare avanti un qualcosa senza che mi venga subito a noia, senza poi saltare ad altre momentanee passioni. Già solo pensare al fatto di essere al settimo giorno di dieta mi stupisce, nessuno sgarro. Giuro, neppure uno. Stento a crederci anche io, e nello stupirmi trovo nuova linfa per andare avanti.

Sono lentiggini e cellulite, sì.

Le lentiggini che mi ricoprono il naso e si stendono poco sotto i miei occhi mi mettono allegria da sempre. Da quando ho iniziato a realizzare che anche passandoci sopra la gomma non se ne sarebbero andate e quindi avremmo dovuto convivere. E sono arrivata a conviverci talmente bene che in ascensore mi sorprendo sempre più spesso a fare la boccaccia alla mia faccia riflessa, e ad arricciare il naso per giocare a farle scomparire tra le pieghe della pelle.
Ogni lentiggine è un capriccio, è un sogno, è un segreto. Capricci sogni e segreti che tengo nascosti come la mia cellulite.
Ce l'ho. Ce l'ho anche io come tutte le donne, perché cari uomini ricordatevi che la cellulite l'abbiamo tutte, chi più chi meno, e se qualcuna non ce l'ha è molto probabile che si tratti di un trans.
Fa male la verità, lo so.
Mi ritrovo a convivere anche con la cellulite da quando sono stata lasciata libera di girare per il mondo a bere vino.
Eh sì, brutta bestia anche l'abbandono. Ma si può sopravvivere, risollevando le sorti della kleenex, ballando fino a sentir tremare le gambe, piangendo cucinando un risotto, guardandosi un giorno allo specchio e non riconoscendosi più.

Vivere con la consapevolezza del male che si è provato e della capacità nascosta dentro di te di poter rialzarti e ricostruirti ti rende estremamente selettiva.
Sono una persona che si è disinnamorata. Ed una persona che si è disinnamorata è mille volte peggio di una persona che non ha mai amato. Sono stata danneggiata e purtroppo in questi anni non sono stata solo io a pagarne le conseguenze.